Deja

Posted in poesia with tags , , on 22 febbraio 2010 by Alessandro Calasanzio

Hombre hundido en el silencio del Oceano - Cabo Finisterre, Sept. 2007

Deja que sea lo que soy

Deja que el mundo me judique

Deja que palabras lejanas sean

como flores vendidos

El silencio baña esta planta y la

deja sin hojas

Deja que la gente hable

sin parar,

solo me entero de tu silencio,

no hablo para enviejecer la boca

de mil de gaviotas hambrientos

Deja que me quede sangriento

en un dia de madrugada

con mis recuerdos y nostalgias

con mis patético suspiros.

con mi anxiedad de vivir

solo y desconfiado.

Solo y sólamente, es hora

de volver a vivir.

Poesia relampago – 30 Sept. 2009

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Attività Paranormali

Posted in recensioni with tags on 15 febbraio 2010 by Alessandro Calasanzio

Quando ero piccolo avevo il terrore del buio. La casa al buio nasconde sempre delle strane presenze. Soprattutto quelle che non conosci bene. Ricordo che la casa di mia nonna era particolarmente spettrale. La camera dove dormivo era piena di cianfrusaglie e santini devozionali. Poi magari ti svegliavi di notte e dovevi fare pipì e ti ritrovavi a percorrere un lungo corridoio, strettissimo, prima di arrivare al bagno. Un bagno vecchio, con le mattonelle verdi, squadrate, in stile anni Cinquanta. E non parliamo della cucina o del salone. E avevo paura di svegliarmi, di ritrovarmi giù dal letto, o a testa in giù. Oppure di svegliarmi vedendo cose strane. Perché al buio, tutto diventa strano.

Molti hanno vissuto esperienze del genere, nel corso della loro esistenza. E questo film, Paranormal Activity, gioca proprio su questa paura. I protagonisti sono dei totali imbecilli, in parte incapaci di intendere la portata dei rischi che stanno correndo. Soprattutto Micah, che durante il film si comporta da totale cretino, da macho stupido, giocando con forze che sarebbe meglio lasciar stare. Ed ecco che, notte dopo notte, queste forze si scatenano, rendendo la casa sempre più inabitabile, rendendo il destino di questi due ragazzi, Micah e Katie, ineluttabile.

Il film è girato attraverso una tecnica ormai consolidata, in puro stile amatoriale. Quando ad imbracciare la videocamera è uno dei due ragazzi, la sequenza assume le caratteristiche di un POV (Point of view), anche se molte delle scene clou avvengono con la macchina da presa fissa in un determinato luogo (perlopiù in camera da letto). Di momenti inquietanti ve ne sono, in questo Paranormal Activity. Ad esempio quando Katie viene trascinata giù dal letto e portata da un’altra parte della casa. Oppure i momenti in cui è vittima di uno stato di trance, in cui rimane per ore, immobile, in piedi, a fissare il letto. Il finale, ad ogni modo, è l’unica cosa che valga davvero all’interno del film. E di ciò dobbiamo essere grati a Steven Spielberg, dato che ha avuto l’accortezza di scegliere il migliore tra i tre finali esistenti, girati dal regista (su Youtube sono presenti, guardateli e giudicate voi).

Il film, non è questo gran che, il ritmo dell’azione è dosato male ed in maniera piuttosto approssimativa, pochi i momenti di reale suspence, le trovate inoltre mi sono sembrate piuttosto insoddisfacenti. Ma l’idea del film sta proprio nel giocare con le nostre paure più profonde, nel rimandare ad idee che consideravamo cancellate, nella nostra infanzia. Invece sono ancora lì, a ricordarci che, in fondo, siamo ancora schiavi di paure ancestrali ed inconscie.

Dopo aver visto il film, personalmente, ho dormito alla grande. Ma alcuni miei amici hanno avuto decisamente problemi a farlo. Quindi gli effetti a lungo termine, se non altro, sono quasi garantiti.

Un consiglio. Non guardatelo al cinema. Guardatelo a casa vostra. Alle due di notte. Al buio. In silenzio. Magari lo rivalutate…

Rispedito al mittente

Posted in racconti with tags on 8 febbraio 2010 by Alessandro Calasanzio

Immagine da Flickr. Di un pacco. Che non ho mai ricevuto.

Processore AMD Phenom X2 9950 Black Edition, scheda madre ASUS M3A76-CM. Prestazioni elevate. Da paura. Sì, sono uno schifoso nerd. E me ne vanto. Preso da un momento di sacro furore nautico, la compro. Su Ebay. Dagli Stati Uniti. Ottimo prezzo, ottimo servizio, ottimi rapporti col venditore, davvero tutto a meraviglia. Poi il pacco arriva in Italia. E si perde.

Non viene inghiottito dal mare.

L’aereo che lo trasportava non viene abbattuto.

La nave che lo consegnava non viene presa in ostaggio da pirati privi di scrupoli e smaniosi di nuove tecnologie.

Semplicemente.

Si perde in Italia. A Preganziol, esattamente.

Sì perché le Poste Italiane, responsabili dell’invio al destinatario finale, decidono di delegare tutto a SDA, una società esterna che si occupa di spedizioni.

E in effetti sono venuti. Due volte. Alle 10 del mattino. Un martedì e un mercoledì. E non hanno trovato nessuno. Strano. Forse perché c’é gente che lavora? Li chiamo.

Attendere.

Attendere.

Ecco.

No.

Attendere prego.

“Pronto SDA buonasera” (voce metallica e nasale, di donna spolpata da un lavoro che probabilmente non le piace. Strano.)

” Salve, chiamavo per avere informazioni circa un pacco che mi sarebbe dovuto arrivare in questi giorni.”

” Il numero prego”. (sospiri)

“Eccolo. 13546W257723HAS145” (più altre 28 cifre che neanche a Win for Life)

“Ssssssssì, il pacco le è stato recapitato più volte, ma non abbiamo trovato nessuno.”

“Certo, perché lavoro.”

“Eh, ma allora quando possiamo passare”.

“Giovedì mattina va bene, c’è mia madre, lo potete lasciare pure a lei”.

Lunedì mattina.

“Pronto, SDA, buongiorno”.

“Buongiorno, sì, vorrei avere notizie di un pacco…”

… (aggiunta coordinate in burocratese)

“Sssssssssì, il pacco le è stato recapitato, non abbiamo trovato nessuno ed è tornato al mittente”.

“C…c…co…oooooosa?!?!?”

“É tornato al mittente”

“Negli Stati Uniti?”

“Sì”

Fottutissime teste di cazzo. Possa una capra leccarvi i genitali fino a farli corrodere. Possa dell’uranio impoverito capitare nella vostra pasta e patate. Possiate un giorno svegliarvi con delle dita in meno e dei denti marci. Possiate trovarvi un’acconciatura che neanche Malgioglio. Possiate capitare con la kefiya ad un comizio di Forza Nuova. Possiate essere violentati da un gruppo di ultrà infoiati. Possano i vostri piedi puzzare per settimane e la vostra bocca sapere di cacca di uccelli ammuffita. Possano le vostre parti più sacre essere vendute sottocosto in tutti i supermercati Conad. Possiate fare la fine dell’attore dei supermercati Conad, blip, sotto, biiiiiis. Possiate essere tagliuzzati, messi in pacchetti diversi e spediti ai quattro angoli del mondo. E non venire consegnati tutti, ma solo una parte. Che la vostra fine sia di gioia ed insegnamento per tutti.

L’Eretico ha parlato.

L’Eretico non perdona.

L’Eretico castiga.

“Pronto?”

“Sì?”

“Niente, questo è tutto, se ha bisogno di ulteriori informazioni, magari per sporgere un reclamo, le possiamo lasciare il numero 803219” (numero di un’hotline di scambisti camionisti anonimi appassionati di Camogli e Rustichelle)

“Sì, grazie”.

“Prego”.

“Buona giornata”.

Anche spiritosa, la baldracca.

Il racconto dell’ombrello

Posted in Uncategorized with tags on 5 febbraio 2010 by Alessandro Calasanzio

Piove.

E fa freddo.

Che banalità letteraria. Adesso posso andare a fare compagnia al povero Snoopy. Anche se trascorrere il mio tempo in compagnia di un cane, per di più saccente, non è decisamente in cima alle mie aspettative. Sulla cuccia, per giunta, non ci sarebbe spazio. Già mi immagino, io e il cane, impegnati in una guerra senza esclusione di colpi. A contenderci il pappone del bambino pelato col maglione a righe.

Però piove, su questo non c’è alcun dubbio. Piove da tre giorni, ininterrottamente, e non accenna a smettere. La pioggia. La detesto. Puoi sentire l’acqua scorrere. Un aspetto negativo assai, se ti scappa. L’umidità, poi, ti entra nelle narici e ti porta quel misto impetuoso di terriccio smosso, erba, ma anche pisciate di cani e cicche spente.

Ancor più, però, detesto gli ombrelli. Non so se c’entra con stronzate come l’infanzia repressa, o che siamo tutti bambini in fondo, però la gente usa gli ombrelli in maniera decisamente assurda. Quando li tiene aperti, ti passa accanto e, il più delle volte, ti sbatte sul viso una delle loro asticciole. Il vero delirio però, comincia quando gli ombrelli sono chiusi. Questi arnesi diventano bastoni da passeggio, fucili, picche. Li fanno roteare, li tengono sotto braccio, li usano a mo’ di lancia, in una immaginaria giostra. Potrebbero cavarti un occhio con una facilità strepitosa. Senza contare poi, quando si è naturalmente compressi, come si è in stazione. Gli ombrelli tenuti ad altezza maroni sono i peggiori. Sono un monito presente e costante alla castità, agenti dell’Opus Dei, smilzi e meschini.

Odio gli ombrelli.

Per questo, vado in giro senza. Sono incapace a starvi sotto. Li dimentico nei posti più disparati. Ogni volta che ne apro uno, devo lottare con il vento e mi sembra di essere Mary Poppins. Tornata da Casablanca.

No, niente ombrelli.

Ed eccomi qui, al terzo giorno di pioggia, chiudere la mia auto e portarmi a passi lesti verso la stazione, il cappuccio ben tirato sulla testa. Sembro un Umpa-Lumpa, ma non importa. Cammino veloce, schivo le pozzanghere, ormai stracolme, faccio piccoli salti per guadare alcuni fiumiciattoli, di recente creazione. Sono quasi a metà strada. Bagnato, ma non troppo.

– Scusi?-

Una voce femminile.

Non dev’essere rivolta a me. Poi, dai, darmi del lei per giunta!

– Scusi?-

No, continua a ripetersi. Forse è davvero rivolta a me.

Una sagoma infagottata, ma al contempo elegante si affianca.

Ne studio il viso, anonimo, nel tentativo di associarlo ad un volto conosciuto.

Niente.

-Sì?-

-Va in giro così?-

-E come dovrei andare, mi scusi?-

-Vuole mettersi sotto il mio ombrello?-

Ci penso un attimo. Se dico di sì, devo stare attento a non inciampare. A rimanere a disagio per il tratto sufficiente all’arrivo in stazione. Se dico di no, però, passo per un pazzo furioso che ama bagnarsi come un imbecille.

D’altra parte forse è così.

Certo, però, non mi va di essere riconosciuto come pazzo. Poi, insomma, sono pazzie molto relative. Inoltre, mi colpisce la gentilezza di questa persona, decisamente poco falsa, non c’è che dire.

Con naturalezza.

-Okay.-

Automaticamente, mi avvicino e mi metto sotto l’ombrello. E’ abbastanza grande per non stare troppo vicini e mantenere le distanze. Attento a non inciampare, imbecille.

Il disagio è forte, però riesco a trattenermi.

-Grazie.-

-Si figuri.-

Parlare per monosillabi però non esprime il massimo del ringraziamento. Le devo una chiacchierata, forse.

Potrei parlare di migliaia di cose. Ma il banale, funziona sempre.

-Andrà avanti così per molto?- Bravissimo.

– Non so. Suppongo che prima o poi smetterà.- Giustamente.

Vabbè. Ci ho provato. Questo era il massimo del mio impegno.

Fortunatamente, siamo arrivati. Raggiungiamo la tettoia. Giù l’ombrello.

Mi discosto velocemente, non mi sforzo neanche di voltarmi.

-Grazie mille, davvero.

-Si figuri! Arrivederci.-

-Arrivederci.-

Guardo il tabellone degli annunci. Il treno, ovviamente è in ritardo di dieci minuti.

Decido che ho il tempo per un caffè.

Anche due.

Detto ciò

Posted in Uncategorized on 4 febbraio 2010 by Alessandro Calasanzio

Detto ciò, domani parlo di una delle cose che mi piacciono più in assoluto. Il cinema. Molti i film che ho visto, molti quelli che mi sono piaciuti. Alcuni mi hanno fatto disgustosamente schifo.

E tranquilli, tra questi c’è anche, indovinate un po’?

New Moon!

A volte

Posted in Uncategorized on 4 febbraio 2010 by Alessandro Calasanzio

A volte dici una cosa, e voilà, si realizza…succede in pochi, pochissimi momenti… ma è qualcosa di stupendo. Mi mancavano gli amici, ne avevo un gran bisogno, ed ecco che mezzo mondo mi parla, mi ascolta, ci scambiamo parole, opinioni, idee…

E sembra che sia passato un secolo, e, al contempo, che nulla sia cambiato. Perché le cose belle sono lì. A ricordarci che esistono. E siamo solo noi e i nostri stupidi ideali a calpestarle, pensando che, magari ci sono cose più importanti. Non ci sono cose più importanti. Gli amici sono tutto ciò che abbiamo. Più del denaro, più della fortuna, del successo, di avere un tetto sopra la testa…è importante avere una spalla su cui fare affidamento.

E non devi nemmeno chiederla perché sta li. E per una volta, quella spalla non sei tu.

È un mondo strano, dove il cinismo pervade ogni cosa, dove le nostre idee sono solo un batterio nella pancia di un gigante, dove le cose non cambieranno mai, tanto nessuno vuole cambiare. Siamo sempre noi stessi, sempre diversi, sempre divisi, sempre agitati. Fa piacere, però, ogni tanto, trovare un senso nelle cose.

A volte, potrò essere accusato di essere troppo attaccato alle persone. Forse. Ma in parte è proprio perché, mi serve per capire me stesso. Aiutare gli altri, aiuta me stesso.

Suggestioni di inizio anno

Posted in Uncategorized on 28 gennaio 2010 by Alessandro Calasanzio

[…] ” E l’orsetto, ingiustamente accusato di aver rubato il vasetto di miele, si sentì investire dagli sguardi degli astanti. Freddi, disinvolti, avevano quella faccia così commiserevole, ipocrita, che solo gli orsi sanno assumere. E l’orsetto, abituato a cedere il passo di fronte alle avversità, si fece prendere stavolta dall’angoscia. Egli colpe non aveva, se non quella di riuscire antipatico…beh, a tutti.

Piccolo orsetto presuntuoso.

Adesso che farai, eh?

Si sentiva in trappola, non riusciva a uscire. L’attizzatoio gli cadde sulla spalla. Un colpo perfetto, da manuale. Un male cane.

Una pietra, all’angolo, proprio sopra l’occhietto sinistro.

Centro.

Ma niente bambolina, signori. Si accontentino di uno stupido, timido, impacciato, inutile, piccolo orsetto presuntuoso.